Dimissioni che ci interpellano

Dimissioni che ci interpellano

Affinché la vita ecclesiale non sia la solita solfa


È passata qualche settimana dalle dimissioni di Valerio Lazzeri, un annuncio che ha provocato un moto di simpatia e vicinanza al vescovo, lo stesso che il popolo ticinese gli ha riservato in quel 7 dicembre 2013, giorno dell’ordinazione episcopale. La parola che in tanti vorremmo dire al caro Valerio è GRAZIE. In questi nove anni (non pochi, paragonabili a quelli dei suoi cinque predecessori) il vescovo Valerio ha guidato la diocesi ponendosi con umiltà e pazienza come punto di riferimento, come voce da ascoltare, come pastore da seguire. Il vescovo ha fatto fatica su alcuni aspetti, da lui ben spiegati, che poi l’hanno portato a dimettersi. Ma questo non toglie nulla – e va riconosciuto e detto con affetto fraterno – a un percorso fatto in cui non ha avuto paura di essere presente, di concedere fiducia, di raccontare con parole umane verità di fede e di vangelo, portando Dio nel nostro tempo. Non era forse questo di cui abbiamo avuto bisogno in questo tempo difficile? 

Come scritto da Cristina Vonzun in Catholica queste dimissioni che ci interpellano come singoli, e aggiungerei anche come Chiesa, ci devono provocare per capire se davvero stiamo andando verso la giusta direzione. È davvero tutto necessario ciò che viviamo e facciamo? Non stiamo tralasciando l’essenziale per soffermarci invece su aspetti secondari, anche nella vita ecclesiale? Quante volte il vescovo ci ha richiamati a questa essenzialità e forse nelle sue dimissioni possiamo anche leggere un campanello d’allarme (che è risuonato anche all’infuori dei confini diocesani) che ci deve scuotere e far aprire gli occhi. Se le chiese sono vuote non dovremmo anche noi “dimetterci” da una Chiesa bigotta, brontolona, che propone una pastorale pensata e realizzata come se fossimo ancora in un tempo di cristianità? E avere il coraggio di osare nuove scelte e nuovi sentieri? Chiese e monasteri si svuotano ma al contempo cresce la domanda di spazi di silenzio, meditazione e ricerca spirituale. Come cristiani non abbiamo nulla da dire o proporre?   

Eravamo rimasti un po’ spiazzati dalla scelta di quello strano motto episcopale, “non impedias musicam”, ma anche alla luce di queste dimissioni ora lo possiamo accogliere come un piccola eredità, rivelatrice di come siamo chiamati a vivere la nostra fede e il nostro essere comunità. Una presenza discreta e rispettosa – un vento leggero, non una tempesta – una vicinanza che sa aspettare prima che giudicare, un farsi compagno di strada piuttosto che un leader egocentrico. La strada – profetica – non sarebbe quella di ascoltare davvero la musica di tutti? Così don Vitalini commentava il motto episcopale: “non impedias musicamil capotavola serve con delicatezza e discrezione gli altri commensali e ascolta e fa ascoltare la musica: il concerto armonioso dei carismi che da loro profluisce. Ciascun battezzato edifica la Chiesa, porta il suo decisivo e insostituibile contributo all’armonia dell’insieme. Il capotavola parla poco e ascolta molto, aiutando tutti a rallegrarsi per le armonie prodotte dai vari strumenti”. Il vescovo per nove anni è stato questo saggio e buon capotavola, capace anche di dire la propria “musica”, anche concretamente con proposte che sono lì pronte, come le reti pastorali o l’idea dei “laboratori della speranza”. Avremo modo di cogliere, apprezzare e approfondire quanto è stato seminato in questo episcopato. A me pare tuttavia che oltre alle tante suggestioni, queste dimissioni – come a suo tempo quelle di Benedetto XVI – siano parte di un necessario percorso “sinodale” non banale, in cui occorre continuare a non ostacolare la musica, affinché la nostra vita ecclesiale non sia – per restare in tema musicale – la solita solfa.