Imparare la lingua dell’altro

Imparare la lingua dell’altro

Persone che diventano volti e poi fratelli e sorelle


Mi è capitato varie volte, come docente, di avere alunni con autismo. Tra le varie problematiche che questa sindrome crea, si riscontra solitamente una chiusura, con relativa difficoltà relazionale. La comunicazione fatta da un mittente e da un ricevente, che poi invertono i ruoli, rende lo scambio fluido e scorrevole. Nelle persone autistiche è come se ci fosse uno sbarramento, una non reciprocità. Uno parla, l’altro forse riesce ad ascoltare, ma è impedito a rispondere, soprattutto in maniera sincrona. La persona con questo disturbo ha un suo mondo, ricco e profondo, ma che riesce sovente ad esprimere, soprattutto nelle forme più gravi, solo con gesti o suoni gutturali, che possono essere decifrati e interpretati grazie all’intervento di un mediatore.

La stessa difficoltà di comunicazione a volte si riscontra nella nostra quotidianità: in campo familiare, professionale, religioso, ecclesiale. Non riusciamo a creare una bi – direzionalità, mettiamo sbarramenti.

Ci affidiamo allora a Gesù che ci “insegna il metodo” fatto di momenti: l’avvicinamento, la proposta, il cammino insieme.

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche a Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono”. (Marco 1,16 -20)

Nella nostra strada incrociamo persone che solo avvicinandole diventano volti. Poi, iniziando a parlare, ci si accorge che ogni parte offre qualcosa all’altro. Si trovano punti d’incontro su cui costruire una relazione. Si condividono storie di vita, dolori ed emozioni, e si capisce che nello scambio nessuno perde, anzi c’è solo da guadagnare. 

Il dialogo per noi credenti è assolutamente il primo passo di testimonianza. 

Occorrerà far appello ai credenti affinché siano coerenti con la propria fede e non la contraddicano con le loro azioni, bisognerà insistere perché si aprano nuovamente alla grazia di Dio e attingano in profondità dalle proprie convinzioni sull’amore, sulla giustizia e sulla pace.” (Enciclica Laudato si’ n. 200)

Quando si vuole stabilire una relazione, anche in un’ottica di evangelizzazione, è fondamentale farsi prossimi.

Leggendo le vite dei santi si scopre che quando venivano inviati in missione, oltre ad alimentarsi di fede e preghiera, avevano come priorità imparare la lingua di chi avrebbero incontrato.

Negli scritti di Papa Giovanni XXIII, oggi santo, leggiamo ripetutamente il suo impegno, fatto di sacrificio e di studio, per migliorare le relazioni. 

Nei miei rapporti con tutti – cattolici o ortodossi, grandi e piccoli – vedrò di lasciare sempre un’impressione di dignità e di bontà, bontà luminosa, dignità amabile. […] Per rendermi più utile nel mio ministero in Bulgaria, mi applicherò con speciale studio alla lingua francese e bulgara”. (cfr. Il Giornale dell’anima n. 643 e 644)

E ancora quando l’allora mons. Roncalli era stato mandato come rappresentante pontificio in Turchia scriveva: “Faccio proposito speciale, ad esercizio di mortificazione, lo studio della lingua turca. Saperne così poco, dopo cinque anni di soggiorno a Instanbul, è una vergogna e mostrerebbe poca comprensione della portata della mia missione, se non ci fossero motivi a scusare e giustificare. Ora riprenderò con lena; la mortificazione mi diverrà motivo di compiacenza.” (ibidem n.741)

In conclusione tenendo alto lo sguardo verso Dio, continuiamo il cammino insieme, vivendo sempre più come fratelli e sorelle in Cristo.